Verso l’ignoto, verso Oriente

Bali, Oceano Indiano, sul far del tramonto
Bali, Oceano Indiano, sul far del tramonto

Giorni d’inverno, giorni di riflessione e di sogni, che “stranamente” mi portano sempre verso Oriente. Luogo immaginario per noi Europei, spazio dell’animo dove trovare quello che qui era bandito o poco tollerato, il lato carnale della vita, con le sue danzatrici e i suoi harem, ma anche quello più sottile, quello dello trascendenza, con i suoi dervisci erranti e i templi per ogni dio. L’occhio diventa malinconico per il grigio del cielo e allora la penna si fa sognante.
Ecco cosa ho scritto e ho regalato per la raccolta fondi di Clandestine Integration, un progetto di viaggio ed integrazione nel Mediterraneo, mare che inizia a pochi km da casa mia e che da sempre ha messo in contatto Occidente e Oriente:

Il vento ha il suono delle poesie cantate con strumenti lontani oggi, sa di luci soffuse e tappeti, di tamburi e mani sudate. Sulla costa il mare viene e va, nel silenzio delle onde, dell’orizzonte infinito, la quiete così preziosa per trovare una direzione.
Un passo dietro l’altro, chiuso nella mia giacca, nei miei pensieri che come i gabbiani strepitano e si azzuffano. Una parte di me scivola via e va oltre questa linea a fare da confine e diventa barca che da costa a costa porta con sé spezie e magie, libri e sogni, jinn e malizie.
Sono nel mezzo, tra la terra ed il mare, alla mia sinistra le tamerici ed i lecci, alla mia destra la schiuma dell’acqua che cancella tutte le orme come se volesse dirmi che il passaggio dei miei passi è il passato, come se lo sciabordio delle onde mi invitasse a lasciare tutto e salpare. Marinaio senza barca e contadino senza terra, uomo di mezzo che deve prendere una decisione. I sogni incalzano e non solo di notte.
Il paese che dorme alle mie spalle, la noia come un vecchio gatto che scivola nei vicoli e si accontenta di resti e dell’indifferenza delle genti, di fronte il mare, porta verso le stelle.
Il faro mi accoglie come un vecchio amico che in silenzio e senza giudizio ascolta le mie pene e misteriosamente mi da i suoi consigli, portati dal vento dell’est o da un uccello che pesca, in queste giornate ogni cosa diventa un segno.
Mi siedo e osservo, respiro a fondo affinché l’aria vibrante del mare mi penetri e come una medicina o un rituale allontani da me le paure e le indecisioni.
Tra la sabbia e la porta del faro mi sembra di ascoltare le storie dei libri e di vedere quello che evocano le canzoni, tra i bazar e le sale da tè, nei vicoli infuocati del sole di mezzogiorno, tra i tetti di argilla e il canto di un muezzin. Tra i granelli che scivolano dalle mie mani ci sono immagini di palme e tuniche, suoni gutturali, colori di frutta e profumi di menta o cardamomo. Il cuore si accende e non tollera più il grigio dello sconforto, vuole l’ocra della terra arida, il verde brillante delle piante coriacee, l’azzurro delle piastrelle, il rosso del sangue che scorre.
Gli occhi non vedono più il paese che dorme aspettando l’estate per poi tornare a coricarsi sotto uno strato di foglie secche e lampioni spenti, scorgono le luci di lanterne e poi cortili dove una donna di seta e argento pizzica delle corde evocando il desiderio del mare che spinge i naviganti a salpare.
Nel silenzio del faro, tra le dune e le nuvole, la mia mano disegna sulla sabbia una barca che lascia il mondo conosciuto verso uno nuovo, una barca spinta dalla forza dei sogni, dalla curiosità verso migliaia di volti e migliaia di storie nuove.

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