Il lavoro ai tempi della rivoluzione digitale

Work in progress

La rete disconnette, ci isola e ci aliena? Forse, ma il punto è un altro: guardare alle opportunità e non ai problemi.

L’associazione Pordenone Linux User Group attraverso la sua iniziativa #Pninnova ci ha provato giovedì 24 aprile con una conferenza in cui il web è stato indagato come motore che spinge agli incontri fisici, ad una connessione di menti e mani, invitando a non averne paura. E la paura si sa, la si affronta con una maggiore consapevolezza.

Gli interventi sono stati tanti in quasi 5 ore di racconti, prospettive e visioni del prossimo futuro. Gli spunti molti, non solo intellettuali ma ad agire, prendendo in considerazione la forza della comunicazione che la rete permette. Scrivendo queste righe mi sembra di ripetere cose che leggo da tempo e che in certi ambienti non ha quasi più senso dire però poi mi accorgo che da buon visionario il racconto del cambiamento non è condiviso dalla maggioranza della popolazione, anzi.

Simona Salvi di Wwworkers.it, piattaforma di artigiani, creativi e contadini digitali, ci parla della realtà italiana dove le aziende che usano il web sono circa il 25%, forse perché internet è una cosa da smanettoni, siamo sicuri? Un blog, una pagina Facebook non sono cose per gli addetti ai lavori, sono strumenti intuitivi e facili da usare, sicuramente bisogna avvalersi di professionisti per una buona comunicazione, un costo aggiuntivo che però viene ripagato dalla maggiore presenza della propria attività sul mercato, con il vantaggio inoltre di creare reddito e quindi una ricaduta sociale.

Non stiamo parlando solo di designer virtuali o blogger, ma di persone che creano “cose”, anche il cibo. Ecco un progetto di contadini 2.0 dove l’innovazione è anche ecologia, perché in questa trasformazione culturale sono i valori, l’etica a parlare e non solo il valore del profitto. La differenza di questa nuova economia è la creazione di relazioni e non di piramidi dove gli oggetti sono imposti dall’alto, sta nella spinta di persone comuni che vogliono fare la differenza  e dare un contributo al cambiamento, che può passare per un portale di artigianato ecologico o per un’app, come Ortointasca, che ci aiuta a trovare le aziende agricole più vicine a noi, incentivando l’economia del territorio.

Allora non si tratta solo di un gioco, come internet appare ai più, qualcosa di sconnesso dalla realtà, ma di uno strumento che questa realtà contribuisce attivamente a modificare. Un FabLab non è un laboratorio per giovani nerd ma un possibile punto nevralgico dell’economia del futuro, dove grazie alle tecnologie open hardware e open source come Arduino e derivati, possiamo creare micro fabbriche diffuse. Non è poco, qui stiamo parlando di una rivoluzione.

Tecnica e valori si fondono e si stimolano a vicenda, internet spinge alla cooperazione, alla coopetition, che è competizione e collaborazione allo stesso tempo, dando vita ad un’economia collaborativa, che mi piace anche chiamare Human Economy  dove il centro è l’essere umano e l’ambiente. Mi piace pensare che internet sia in qualche modo lo strumento che la nostra evoluzione come specie ha creato per permetterci di ritrovare l’altruismo, addormentato in secoli di barbarie. Non dobbiamo perciò lasciarci intrappolare nella rete della virtualità o della bulimia tecnologica ma far emergere la voglia di collaborare, dandole linfa con nuove visioni e creatività, utlizzando questi strumenti per creare il nuovo che renderà obsoleto il vecchio sistema.

Le sfide sono tante e i relatori intervenuti le hanno ben evidenziate: la burocrazia italiana, la mancanza di un’educazione alla collaborazione tra gli studenti delle scuole tradizionali, la scarsa cultura digitale dei cittadini e delle imprese, ma come sempre, le maggiori sfide sono interiori: la mediocrità, il rifiuto dei maestri e la paura di osare. Forse questa crisi economica ci sta proprio costringendo a liberarci di molte catene, perché quello che abbiamo da perdere è un modo vecchio e veramente sconnesso.

 

 

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