Stampanti 3D + opensource non fanno l’innovazione. Servono nuove visioni.

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Mi ha sempre colpito una frase di Lenin: “I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo“. Estrapolata da un contesto lontanissimo mi piace pensare a questa espressione come un avviso a non fare affidamente solo sulla tecnica per volere cambiare le cose.

La frase si ripeteva nella mia testa prima di recarmi all’incontro organizzato dal gruppo #Pninnova nella sede della Confartigianato di Pordenone. La curiosità verso i software e gli hardware liberi, opensource, mi ha spinto verso una serata forse un po’ insolita ma molto stimolante.

Nel partecipare ad un Tedx o ad un incontro che parla di applicazioni per il turismo, il movente è quello di scoprire, di sentire cosa si muove oltre il velo del pessimismo ma soprattutto il desiderio di nutrirmi dell’energia del cambiamento che soffia sempre più forte.

Tra giovani artigiani e “smanettoni” dei sistemi operativi Linux o dei supporti come Arduino, ho ascoltato con piacere Giovanni Longo e Michele Federico che parlavano delle nuove prospettive che si stanno creando grazie alla diffusione capillare di informazioni e di tecnologia. Tutto è meno costoso ed è meno filtrato. Come per i mezzi di informazione, anche la produzione di beni sta andando verso una realtà in cui il modello piramidale, il controllo dall’alto, hanno i giorni contati. Stiamo muovendo i primi passi, incerti, verso quella che viene chiamata la terza rivoluzione industriale i cui fondamenti sono internet e una cultura della collaborazione e della creatività. Certo, c’è la politica della burocrazia, la mentalità “arcaica” dell’Italia, dove si piange per le grandi aziende che falliscono senza accorgersi delle nuove strutture che aprono (come i FabLab, le start-up, o nuove professionalità…), della chiusura e quindi la paura del nuovo ma sappiamo che i pionieri non chiedono il permesso per cambiare le cose. La visione che si prospetta però va ancora oltre, non si tratta solo di un cambio di forma, non basta più, Michele Federico ci parla di una fantascienza vicina dove esisteranno macchine che lavorano a livello atomico, i fabbricatori personali, che potenzialmente possono produrre ogni cosa e non sono argomenti nuovi, se ne parlava già nel 1986.

Volendo rimanere ancora un po’ qui, ancorati alla terra e al contesto di Pordenone, la prospettiva è quella di una contaminazione tra arte e tecnologia, dove la creatività torna prepotente, quella sensazione in cui le ore passano e non ci si accorge nemmeno dello stimolo della fame, una presenza a sé stessi totale, che è propria dell’artista e del bambino. E forse qui si gioca la partita più promettente, non bastano delle stampanti 3D per quanto affascinanti o dei sistemi operativi Linux a darci quella soddisfazione che il mondo del lavoro per come è ora difficilmente ci da, si tratta di nuove forme di organizzazione e di pensiero in cui l’individuo è appagato e il suo motivo di essere lì non è solo quello di arrivare a fine mese.

Forse a breve nascerà un FabLab anche a Pordenone, i tempi sono maturi ma quello che intuisco non è solo l’arrivo di nuove macchine ma la voglia di costruire liberamente e di collaborare, di uscire dall’isolamento, di scardinare vecchie credenze su ciò che è possibile o meno, di ritornare a respirare. Per questo servono nuove visioni e un pizzico di follia propria degli artisti e degli umanisti, c’è bisogno di riprendersi in mano e di credere nei propri desideri, di aprirsi, di lasciar perdere molto egosimo, consapevoli che nessuna macchina può farlo al nostro posto.

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