Il giardino del benandante: gli sciamani in Friuli

Sono anni che mi imbatto in figure della mia regione, il Friuli, e che distrattamente passo oltre, magari leggendo di simili che appartengono all’Asia o alle Americhe.

La parola sciamano richiama le foreste dell’Amazzonia e delle Ande o la Siberia, da cui la parola ha origine. Il nome infatti deriva dal tunguso saman e può essere ricollegato al sanscrito sramana, che significa “uomo ispirato dagli spiriti”. Lo sciamanesimo è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, soprattutto nelle regioni asiatiche e in quelle artiche nordeuropee, e ha origini antichissime, precedenti alle religioni che conosciamo ora: cristianesimo, islam, buddhismo e induismo. Per secoli queste figure di guaritori e saggi hanno vissuto assieme ai sacerdoti delle religioni istituzionali e lo fanno tutt’ora, dove viene loro permesso. In Europa invece, l’Inquisizione prima e l’industrializzazione poi hanno spinto i culti arcaici legati alle forze della Natura nel dimenticatoio della Storia, se non nei tizzoni ardenti dei roghi e negli ospedali psichiatrici.

Così i curiosi di questa storia notturna fatta di magia, spiriti, rituali e piante benefiche o malefiche si rivolgono alle culture dove è ancora viva la tradizione sciamanica. Ignorano spesso che sulla terra che calpestano sono ancora vive le tracce di un passato dove uomini e donne erano coscienti dei legami profondi che esistono tra l’essere umano e la Natura, dei regni invisibili a cui  la ragione non crede ma che sempre di più le scienze sperimentali tendono a confermare.

Ai saggi di storia preferisco le storie, fatte di documenti e ricerche, che permettono di conoscere le vicende del passato per mezzo di una narrazione ricca di emozioni. Il giardino del benandante di Paolo Morganti mi ha subito colpito mentre giravagavo in libreria per comprare un regalo di Natale e non ho resistito dal comprarlo. Il mio desiderio compulsivo di libri mi ha permesso, finalmente, di entrare in contatto con una storia della mia regione che ignoravo e che mi affascina, tanto che ho già prenotato un documentario citato nella bibliografia del libro e sto già fremendo per leggere i romanzi che rappresentano il seguito di questa storia.

Nel Friuli della prima metà del 1500 si intrecciano le storie di nobili, mercanti, di intrighi, vendette e cibi della tradizione. Un prete buongustaio e uno speziale che è anche un alchimista indagano su una serie di morti cruente e misteriose, come sfondo, una terra poco conosciuta, con il suo fiume, il Tagliamento, e borghi minacciati da invasioni secolari. Ciò che regge la narrazione, che incuriosisce e trasporta il lettore oltre i modelli del giallo di ambientazione storica, è il femeno dei benandanti, gli individui appartenenti a tutti i ceti sociali, che in alcune notti dell’anno lasciavano il corpo e andavano a combattere contro esseri malvagi chiamanti malandanti, per la fertilità dei terreni e la prosperità delle comunità.

Il romanzo scorre, terminato un capitolo non vedi l’ora di leggere il successivo. L’autore da l’idea di aver fatto un serio lavoro di ricerca e così ci si trova davanti ad un affresco storico che ti conquista e che lascia la curiosità di informarti su un fenomeno che l’Inquisizione o i tempi moderni non sono riusciti a sconfiggere completamente, tanto che di benandanti ne esistono ancora, così come ho scoperto tempo fa’, con un certo stupore. D’altra parte, l’essere umano è sempre lo stesso, così come la Natura e rimane vivo, anzi più che mai necessario, il bisogno di guerrieri in grado non solo di opporsi a forze ostili alla comunità umana ma di collaborare e sostenere quelle energie che permettono agli uomini e le donne di prosperare e vivere felicemente, in armonia con le piante, gli animali e tutti gli altri abitanti del proprio territorio.

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